Ieri, 5 marzo 2026, i negoziatori di Parlamento europeo, Consiglio e Commissione hanno raggiunto un accordo sulle restrizioni da imporre alle denominazioni consentite per i prodotti alimentari a base vegetale, dopo che a dicembre scorso un precedente tentativo era finito in un nulla di fatto, come vi avevamo raccontato in questo articolo.
La cornice dell’accordo è la revisione del Regolamento sull’Organizzazione Comune dei Mercati agricoli (OCM). La Commissione europea aveva presentato una proposta per vietare l’uso di 29 termini tradizionali, alla quale aveva risposto il Parlamento europeo con una lista ancora più restrittiva, che avrebbe incluso termini come “hamburger”, “burger” e “salsiccia”.
Il risultato della negoziazione è un divieto esteso a 31 termini (due in più della proposta iniziale della Commissione). Tra questi, figurano anche parole molto comuni sulle confezioni dei prodotti vegetali oggi in commercio, come chicken (pollo) e steak (bistecca).
Va però detto che contrariamente alla proposta discussa a dicembre, le denominazioni più diffuse nel mercato delle alternative vegetali, come burger, prosciutto, salsiccia e salame, resteranno consentite.
Tuttavia, come richiesto dal Parlamento, il divieto si applicherà anche ai prodotti a base di carne coltivata, pur non essendo ancora presenti sul mercato europeo. Una scelta preventiva che la dice lunga sulle intenzioni politiche, legate alla salvaguardia di interessi dell’industria della carne, anziché a scelte lungimiranti come il favorire il passaggio a fonti proteiche più sostenibili.
Nei mesi scorsi, oltre 600 organizzazioni della società civile, tra cui noi di REFOOD, si erano unite nella campagna No Confusion, firmando una lettera aperta contro ogni inutile restrizione. Questa mobilitazione ha aiutato a prevenire un’estensione del divieto a termini del tutto generici e ormai invalsi nell’uso, come appunto “burger” e “salsiccia”, che sarebbe stata totalmente irragionevole.

Previsti tre anni per adeguarsi
I dettagli tecnici del testo saranno finalizzati la prossima settimana. Successivamente, il provvedimento dovrà essere formalmente approvato dal Consiglio Agricoltura e Pesca, con il voto dei ministri degli Stati membri, e poi dal Parlamento europeo in seduta plenaria.
La bozza prevede che i produttori avranno un periodo di transizione di tre anni per smaltire le scorte esistenti e adeguare etichette e comunicazione ai nuovi vincoli dopo l’entrata in vigore del regolamento.
A chi giova davvero questo divieto?
La Commissione europea ha giustificato la proposta originaria con la necessità di “migliorare la trasparenza per i consumatori” e “preservare il significato culturale e storico della terminologia della carne”. Argomenti che non reggono all’esame dei fatti: numerosi sondaggi hanno sconfessato la possibilità che i consumatori siano davvero confusi dalle attuali etichette.
Nel 2024, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea aveva già stabilito che la legislazione vigente era sufficiente a proteggere i consumatori da possibili confusioni. Il Parlamento europeo aveva respinto proposte simili nel 2020. Nel frattempo, il clima politico è cambiato, e le lobby dell’agribusiness si sono fatte più combattive.
Chi beneficia di questa restrizione? Non i consumatori, né i singoli allevatori, che anzi potrebbero trovare opportunità crescenti proprio nella riconversione verso la produzione di proteine vegetali come soia, piselli, avena, legumi. A beneficiarne è, essenzialmente, l’industria tradizionale della carne, che non vuole perdere consumatori attratti da alternative più sostenibili e sempre più competitive.
Proprio l’uso di parole di uso comune risulta indigesto per il settore zootecnico, perché aiuta i consumatori a capire come cucinare un prodotto, come abbinarlo, come inserirlo nelle proprie abitudini quotidiane.
Una scelta retrograda
L’Europa che vorrebbe essere leader nella transizione ecologica e alimentare non può permettersi di fare guerra alle parole. Mentre il mondo accelera verso sistemi alimentari più sostenibili, Bruxelles discute se il termine bistecca possa comparire su un prodotto a base di soia.
È una scelta retrograda, che aggiunge burocrazia dove servirebbe innovazione, crea barriere dove servirebbero opportunità, e manda un segnale sbagliato a un settore — quello degli alimenti vegetali — che vale già 2,7 miliardi di euro in Europa e che potrebbe essere uno dei motori della transizione proteica di cui il continente ha urgente bisogno.
Le parole vietate
Di seguito la lista ufficiale delle denominazioni vietate concordare ieri (tra parentesi una traduzione orientativa in italiano, non ufficiale):
Beef (manzo), Veal (vitello), Pork (maiale), Poultry (pollame), Chicken (pollo), Turkey (tacchino), Duck (anatra), Goose (oca), Lamb (agnello), Mutton (montone), Ovine (ovino), Goat (capra), Drumstick (coscia di pollo), Tenderloin (filetto), Sirloin (controfiletto), Flank (pancia / taglio di fianco), Loin (lombo), Ribs (costine), Shoulder (spalla), Shank (stinco), Chop (braciola), Wing (ala), Breast (petto), Thigh (coscia), Brisket (punta di petto), Ribeye (entrecôte / costata), T-bone (bistecca con osso a T), Rump (scamone), Bacon (pancetta), Steak (bistecca), Liver (fegato).
Aggiorneremo l’articolo con l’elenco ufficiale in italiano appena sarà disponibile.