Per anni l’azione legale per il clima è sembrata una battaglia simbolica: ricorsi destinati a far rumore più che a cambiare le cose. Oggi quella narrazione è superata. In una serie di sentenze che hanno fatto giurisprudenza, i tribunali europei hanno stabilito che gli Stati non solo possono, ma devono rivedere politiche pubbliche che violano il diritto ambientale e i diritti fondamentali. E mentre i primi casi-simbolo riguardavano le emissioni e l’aria, l’ultima ondata di contenzioso colpisce il cuore di un sistema spesso trascurato eppure decisivo: quello alimentare.
Il sistema alimentare alla sbarra
Il modo in cui produciamo cibo è uno dei principali motori della crisi ecologica. Secondo la FAO, i sistemi agroalimentari sono responsabili di circa un terzo delle emissioni globali di gas serra, e l’allevamento ne rappresenta una quota dominante, tra metano, deforestazione e inquinamento di acqua e suolo. Eppure le politiche pubbliche continuano a remare nella direzione opposta.
Lo mostra con chiarezza il rapporto di Food Forward Europe, «Future-Proofing the CAP: Rebalancing EU Subsidies Toward Plant-Based Production» (aprile 2026): la Politica Agricola Comune — un terzo del bilancio dell’Unione Europea, oltre 55 miliardi di euro l’anno — destina la parte preponderante dei sussidi all’allevamento e ai sistemi dipendenti dai mangimi, sottoinvestendo nelle proteine vegetali per il consumo umano. Il rapporto non si limita a denunciare l’incoerenza tra spesa pubblica e obiettivi climatici, ambientali e di benessere animale: individua un crescente rischio giuridico, cioè un’esposizione sempre maggiore della PAC al controllo dei tribunali, e propone di riallocare il 20% del sostegno verso la produzione vegetale (qui un sommario, in inglese). Le sentenze più recenti dimostrano che quel rischio non è teorico.
Spagna: l’inquinamento degli allevamenti è una violazione dei diritti umani
Nella comarca di A Limia, in Galizia, centinaia di allevamenti intensivi di maiali e polli hanno per anni riversato i loro reflui nell’invaso di As Conchas, rendendo l’acqua inservibile e la vita quotidiana, secondo i residenti, «impraticabile». Nel marzo 2025 sette abitanti del villaggio di As Conchas, insieme all’associazione di quartiere e alla federazione dei consumatori CECU, sostenuti da ClientEarth e Amici della Terra Spagna, hanno portato in tribunale la Xunta de Galicia e l’autorità di bacino Miño-Sil.
L’11 luglio 2025 l’Alta Corte di Giustizia della Galizia ha emesso una sentenza storica: l’inazione delle autorità di fronte all’inquinamento da allevamento intensivo viola i diritti fondamentali dei residenti — il diritto alla vita, alla vita privata e familiare, alla proprietà e a un ambiente adeguato — secondo la Costituzione spagnola e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È la prima volta che un tribunale europeo esamina l’impatto della zootecnia industriale sulle risorse idriche dalla prospettiva dei diritti umani. La Corte ha ordinato alle autorità di adottare tutte le misure necessarie per fermare l’inquinamento e risanare l’invaso, riconoscendo ai ricorrenti un risarcimento fino a 30.000 euro a testa.
Le amministrazioni hanno fatto ricorso, ma il 13 febbraio 2026 la Corte Suprema spagnola li ha dichiarati inammissibili, rendendo la sentenza definitiva ed esecutiva. Un precedente ormai consolidato: la tutela dei diritti fondamentali prevale quando l’allevamento industriale mette a rischio salute, vita e ambiente delle comunità.
Francia: la PAC davanti alla Corte di giustizia dell’UE
Se il caso spagnolo colpisce i singoli allevamenti, quello francese punta direttamente al meccanismo che li finanzia. Nel 2022 ClientEarth e il Collectif Nourrir avevano chiesto alla Commissione europea di riesaminare l’approvazione del Piano Strategico Nazionale francese della PAC — che sblocca oltre 9 miliardi di euro l’anno di sussidi — sostenendo che non rispettava gli obiettivi vincolanti di clima e natura. La Commissione aveva rifiutato.
Il 29 ottobre 2025 la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha dato ragione alle ONG: la Commissione ha sbagliato ad approvare il piano francese, che violava i requisiti di «condizionalità» ambientale (in particolare sulla rotazione delle colture). È la prima volta che la società civile vince davanti ai giudici dell’UE contestando il mancato rispetto del diritto ambientale da parte di un’istituzione europea. La Corte ha annullato la decisione della Commissione, obbligandola a riesaminare la compatibilità del piano con la normativa UE . Si tratta di un segnale potentissimo proprio mentre si negozia la PAC 2028-2035.
I precedenti che hanno aperto la strada
Questi successi non nascono dal nulla. Poggiano su tre sentenze-faro che hanno ridefinito i confini dell’azione legale per l’ambiente.
Urgenda contro Paesi Bassi (2015-2019) è il capostipite: il 20 dicembre 2019 la Corte Suprema olandese ha confermato l’obbligo per lo Stato di ridurre le emissioni di almeno il 25% entro il 2020 rispetto al 1990, in nome dei suoi obblighi sui diritti umani. È stata la prima volta che un tribunale ha imposto a un governo un obiettivo climatico concreto, e i Paesi Bassi hanno poi effettivamente raggiunto quella soglia.
In Irlanda, Friends of the Irish Environment contro il Governo (la cosiddetta «Climate Case Ireland») ha portato, il 31 luglio 2020, la Corte Suprema ad annullare il Piano nazionale di mitigazione predisposto dal governo, giudicato troppo “vago e “aspirazionale” per spiegare come l’Irlanda avrebbe raggiunto i suoi obiettivi di decarbonizzazione al 2050.
Nel Regno Unito, infine, ClientEarth contro il Governo britannico (2015-2018) ha dimostrato che si può vincere più volte di seguito: dopo la sentenza della Corte Suprema del 2015 sui livelli illegali di biossido di azoto, ClientEarth ha trascinato ripetutamente il governo davanti ai giudici, costringendolo a riscrivere i propri piani sulla qualità dell’aria e ad affrontare l’inquinamento da diesel.
Un fronte che si allarga
Spagna e Francia non sono casi isolati. Nei Paesi Bassi, dopo la storica giurisprudenza sull’azoto, Greenpeace ha avviato nel 2023 un’azione civile contro lo Stato: nel giugno 2024 il Tribunale dell’Aia ha riconosciuto che gli habitat sensibili all’azoto versano in cattive condizioni e che, senza misure adeguate, lo Stato viola il diritto UE. È un mosaico di cause che, sommate, ridisegnano il rapporto tra agricoltura intensiva e legge. E l’Italia ne è parte a pieno titolo.
Italia: il Lago di Vico e i noccioleti intensivi
Il caso italiano più emblematico è quello del Lago di Vico, nell’alto Lazio. Le sue acque, un tempo tra le più pure d’Italia e tuttora destinate al consumo umano per i comuni di Caprarola e Ronciglione, sono periodicamente colorate di rosso dalle fioriture di alghe: l’effetto dell’eccesso di nutrienti provocato dai fertilizzanti dei noccioleti intensivi che circondano il lago. La monocoltura del nocciolo, legata alla filiera dolciaria, supera i 21.700 ettari nella zona e arriva fin sulle rive di un sito protetto della rete Natura 2000.
Nel 2022 ClientEarth e Lipu hanno fatto causa alla Regione Lazio, contestando la mancata designazione dell’area come «zona vulnerabile ai nitrati» (un atto che farebbe scattare regole più severe sull’uso dei fertilizzanti) e l’inerzia nel proteggere un habitat protetto da un’agricoltura insostenibile. Nel febbraio 2023 il TAR del Lazio ha dato ragione ai ricorrenti sul fronte nitrati, obbligando la Regione a pronunciarsi. E nel maggio 2024 il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso, riconoscendo l’inerzia delle autorità competenti e ordinando alla Regione di esercitare i poteri sostitutivi per garantire la tutela delle acque potabili.
Il Lago di Vico non è un’eccezione, ma la punta di un problema sistemico. L’Italia è da anni sotto procedura d’infrazione europea proprio sulla Direttiva Nitrati: nel febbraio 2023 la Commissione ha inviato a Roma un parere motivato, penultimo passo prima del deferimento alla Corte di giustizia, per non aver designato in modo adeguato le zone vulnerabili e per misure insufficienti contro l’inquinamento agricolo delle acque. Anche qui, l’azione legale dei cittadini e delle ONG si muove in parallelo alla pressione delle istituzioni europee, nella stessa direzione: costringere le amministrazioni a fare ciò che la legge già impone.
Dalla difesa all’attacco: trasformare il sistema alimentare
Letti insieme, questi casi raccontano una traiettoria precisa. Il contenzioso ambientale è partito dal clima e dall’aria, ma sta arrivando con forza al cibo: agli allevamenti che inquinano le falde, ai sussidi che premiano le pratiche più dannose, alle istituzioni che chiudono gli occhi. E ogni vittoria amplia lo spazio per la successiva.
Se i giudici possono obbligare la Commissione a riesaminare la PAC francese e una Corte Suprema può imporre alle autorità di risanare un invaso avvelenato dagli allevamenti, allora la proposta di Food Forward Europe di riequilibrare i sussidi europei verso la produzione vegetale non è solo una buona idea ma la risposta razionale a un sistema che è già giuridicamente insostenibile. Riformare la PAC prima che siano i tribunali a smontarla pezzo per pezzo, e indirizzare il denaro pubblico verso un’alimentazione sana, sostenibile e a base vegetale, significa anticipare il futuro.
La giustizia ambientale ha imparato a vincere. La prossima frontiera è il piatto.
