Pochi vegani, tanti flexitariani: il veganismo nel mondo visto dalla Vegan Society

Un report globale pubblicato a gennaio 2026 mette in luce che la voglia di ridurre i prodotti animali è molto più diffusa di quanto si pensi. E l'Italia ha numeri che sorprendono, nel bene e nel male.

Alessandro Ricciuti
Alessandro Ricciuti 24/06/2026 · 6 min di lettura
Due persone reggono un cesto di vimini con carote, zucche, porri e foglie di cavolo, in un orto

Un atlante del veganismo globale

The Vegan Society — l’organizzazione britannica che oltre 80 anni fa ha coniato la parola vegan — ha pubblicato a gennaio 2026 il report Veganism Around the World, firmato dai ricercatori Elise Hankins e Chris Bryant.

Lo studio combina tre fonti: l’analisi di dati internazionali su consumi, produzione, aziende e ristorazione; un sondaggio condotto su circa 2.000 persone in 10 Paesi (Australia, Canada, Danimarca, Giappone, India, Kenya, Messico, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Sudafrica); profili dettagliati di 21 Paesi, revisionati da esperti nazionali. L’obiettivo non è stilare una classifica dei Paesi più vegan-friendly, ma offrire a persone, aziende e organizzazioni una bussola per capire dove il veganismo sta crescendo e dove esistono le migliori opportunità per farlo crescere.

Una prima buona notizia riguarda proprio la parola vegan, che benché coniata meno di un secolo fa, è compresa quasi ovunque. In tutti i 10 Paesi del sondaggio la definizione più scelta dagli intervistati è quella completa — chi è vegano non usa gli animali per il cibo, l’abbigliamento o qualsiasi altro scopo — segno che il veganismo è percepito come qualcosa di più di una semplice abitudine alimentare.

L’ascesa dei flexitariani

Il risultato più interessante del report sta in una frase: «Il veganismo è raro in gran parte del mondo, ma il flexitarianismo ha guadagnato una forte trazione». Nel sondaggio, chi si dichiara flexitariano — cioè mangia prevalentemente vegetale, riducendo i prodotti animali senza eliminarli del tutto — rappresenta il 16–30% del campione in quasi tutti i Paesi: il 30% in Kenya, il 28% in Messico, il 27% in India, il 24% negli Stati Uniti e in Danimarca. L’unica eccezione è il Giappone, fermo al 7%: un dato che gli autori non attribuiscono a scarsa familiarità con il termine — le descrizioni erano fornite nel questionario — ma al fatto che il flexitarianismo, semplicemente, non ha ancora preso piede nel Paese.

Per gli autori, la presenza di questa fascia larghissima di popolazione indica un forte interesse verso la diminuzione del consumo di prodotti animali — una tendenza coerente con quanto si osserva in Europa, dove il plant-forward avanza — anche se non si è ancora tradotto in un’adesione di massa all’alimentazione 100% vegetale. Il caso più eclatante resta l’India, unico Paese del sondaggio in cui gli onnivori non sono la maggioranza: il 26% degli intervistati si dichiara vegetariano e il 14% vegano.

Italia ed Europa: quanti sono vegani e vegetariani

Secondo i dati raccolti nel report (fonte World Population Review), in Italia il 3% della popolazione si dichiara vegana e il 7% vegetariana: più di Germania e Regno Unito (2% di vegani, 10% di vegetariani), più della Francia (1% e 5%), meno di Danimarca, Svezia, Norvegia e Irlanda, tutte al 4% di vegani. Numeri che meritano attenzione anche alla luce dei benefici delle diete vegetariane in Italia documentati dallo studio INVITA.

Gli autori invitano però alla cautela: i campioni sono piccoli e le metodologie dei sondaggi nazionali non sono confrontabili tra loro. Il caso del Messico è istruttivo. Una ricerca molto citata del 2016 indicava il 9% di vegani e il 19% di vegetariani; nel sondaggio della Vegan Society i vegani messicani sono risultati l’1% e i vegetariani, letteralmente, zero. Un promemoria utile ogni volta che circolano percentuali sorprendenti sul numero di vegani in un Paese.

Dove si mangia vegano: l’Italia sesta al mondo per offerta

Sul fronte della ristorazione l’Italia sorprende: con 7.097 attività che offrono opzioni vegane (dati HappyCow) è sesta al mondo in valori assoluti — dopo Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Australia e Spagna — e conta 274 ristoranti interamente vegani.

Nel resto del mondo, la Nuova Zelanda è il Paese con più opzioni per vegani in rapporto alla popolazione, mentre Taiwan guida per ristoranti interamente vegani pro capite, con circa 15 ogni milione di abitanti. In Europa spicca l’Islanda, dove il 43% di tutti i ristoranti propone almeno un piatto vegano; seguono Regno Unito, Malta e Svizzera, intorno al 20–21%. Curiosamente, un’offerta ricca non implica consumi bassi di prodotti animali: l’Islanda è anche tra i maggiori consumatori al mondo, e il Portogallo — secondo per ristoranti vegani pro capite — è terzo per consumo di pesce.

Spesa media: il ritardo del Sud Europa

Il divario tra Nord e Sud Europa si vede bene nella spesa media pro capite in carne vegetale (dati 2022): i Paesi Bassi guidano con 12,6 €, seguiti da Svezia (8,3 €), Regno Unito (7,9 €) e Germania (7,7 €). L’Italia si ferma a 2,9 €, meno di un quarto del dato olandese, comunque davanti ad Austria (2,8 €), Spagna (1,8 €), Francia (1,7 €), Polonia, Portogallo e Romania. Un ritardo che va letto in prospettiva, considerata la forte crescita del mercato dei prodotti plant-based in Italia registrata negli ultimi anni.

Il quadro è coerente con quello industriale: il Regno Unito è primo in Europa per numero di aziende di alternative vegetali ai prodotti animali (163), seguito da Germania (155) e Paesi Bassi (102), mentre l’Italia si ferma a una quarantina. A livello globale dominano gli Stati Uniti in valori assoluti, ma in rapporto alla popolazione il primato va a Singapore e Israele, poli mondiali delle proteine alternative.

C’è poi il rovescio della medaglia: l’Italia figura tra i primi 20 Paesi al mondo per consumo pro capite di prodotti animali ed è il secondo importatore netto di latticini al mondo — circa 1,5 milioni di tonnellate l’anno — dopo la Cina, oltre a comparire tra i primi 10 importatori netti di carne bovina. Una dipendenza dall’estero che, osservano gli autori, rende i Paesi importatori più vulnerabili alle crisi delle filiere e, proprio per questo, potenzialmente più ricettivi verso le proteine vegetali, più efficienti in termini di costi e di uso del suolo.

Un sentimento più positivo del previsto

Un’altra notizia incoraggiante riguarda le percezioni: nonostante gli stereotipi sulle diete a base vegetale e le narrazioni ostili, i sentimenti verso vegani e veganismo risultano in media neutri o leggermente positivi in quasi tutti i Paesi. L’India è la più favorevole — il 76% degli intervistati esprime sentimenti positivi — mentre il Giappone è l’unico Paese leggermente negativo; ma anche lì, la maggioranza resta tra il neutro e il positivo. Come sintetizzano gli autori, il veganismo non è il «lupo cattivo» che i media a volte raccontano.

Anche le tendenze di ricerca confermano l’interesse: secondo Google Trends il veganismo è più cercato del vegetarianismo dal 2012 e, salvo brevi picchi, anche della crisi climatica. Le ricerche hanno toccato il massimo nel 2020 e da allora si sono assestate, ma il report invita a non fermarsi alle apparenze, citando la Danimarca: primo consumatore mondiale pro capite di prodotti animali, dal 2023 ha però un piano d’azione nazionale per i cibi plant-based che evita di proposito le parole «vegano» e «vegetariano», per non polarizzare. Segno che la transizione può avanzare anche quando la parola perde visibilità.

Cosa dice il report all’Italia

Per l’Italia, la fotografia è quella di un Paese con un’offerta ristorativa tra le migliori al mondo e una quota di vegetariani sopra la media europea, ma con una spesa in prodotti vegetali ancora bassa, pochi produttori di alternative e una forte dipendenza dalle importazioni di prodotti animali. Lo spazio di crescita, suggerisce il report, sta proprio in quella larga fascia di flexitariani che ha già cominciato a ridurre i prodotti animali e aspetta solo buone ragioni, e buoni prodotti, per continuare.

Alessandro Ricciuti
SCRITTO DA Alessandro Ricciuti

Avvocato, responsabile relazioni istituzionali di REFOOD.

Attento sin dal liceo ai temi della cittadinanza attiva, della giustizia sociale e dell’equità sostanziale, non ho mai smesso di prendere parte a una serie di mobilitazioni dal basso sui temi che più mi stanno a cuore. Sin dall’inizio, ho messo la mia professione al servizio delle cause in cui credo, convinto che sia necessario impegnarsi in prima persona per il progresso etico della società. Per REFOOD mi occupo di relazioni istituzionali e seguo lo sviluppo delle azioni legali.

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