L’Europa importa il 91% della sua soia: quattro strategie per uscirne

L'UE importa il 91% della proteina di soia che consuma, e quasi tutta arriva da tre soli Paesi. Un report di The Protein Project analizza quattro strategie di diversificazione proteica e arriva a una conclusione netta: nessuna basta da sola. Solo un approccio bilanciato — che includa anche il cambiamento di ciò che mettiamo nel piatto — rende l'obiettivo raggiungibile.

Alessandro Ricciuti
Alessandro Ricciuti 04/08/2026 · 5 min di lettura
Cumulo di semi di soia appena raccolti in un campo, con una mietitrebbia sullo sfondo

Il punto cieco della sicurezza europea

Negli ultimi anni l’Europa ha risposto con urgenza all’instabilità geopolitica: lo ha fatto sull’energia, sulla difesa, sulle materie prime critiche. Un settore, però, resta ai margini dell’agenda della preparazione europea: il cibo.

È il punto di partenza di From dependency to diversity, il report pubblicato a giugno 2026 da The Protein Project e firmato da Jasper Zwinkels, Katrien Martens e Marin Vandamme. La tesi è che il sistema alimentare europeo contenga dipendenze concentrate quanto quelle energetiche, e che una loro interruzione aggraverebbe problemi di accessibilità economica del cibo già molto concreti: negli ultimi anni quasi un cittadino europeo su 10 ha faticato a permettersi un pasto adeguato a giorni alterni.

Una dipendenza estrema, nelle mani di tre Paesi

Tra tutte le vulnerabilità alimentari dell’UE, la soia è il caso più estremo. I numeri del report parlano da soli:

  • l’UE produce solo il 9% della proteina di soia che consuma: il 91% è importato;
  • Brasile, Stati Uniti e Argentina forniscono insieme l’86% di tutte le importazioni europee di soia;
  • circa il 90% della soia consumata nell’UE è destinato ai mangimi, non al cibo. La farina di soia, il principale ingrediente proteico dell’alimentazione animale, ha un tasso di autosufficienza europea di appena il 4%.

La soia, insomma, non riguarda solo chi mangia tofu o beve bevande di soia. Un cittadino europeo medio ne consuma 60,6 chilogrammi l’anno, ma 55 in forma indiretta: incorporati nella carne, nel latte e nelle uova che arrivano sulla sua tavola. È il trogolo, non il piatto, a legare l’Europa alle navi che attraversano l’Atlantico.

Questa dipendenza ha conseguenze pesanti. Secondo il report, «senza accesso alla farina proteica importata, l’UE perderebbe circa il 40% della sua capacità produttiva zootecnica»: il 15% della produzione di carne bovina e latte, circa il 40% di quella di carne di maiale, fino al 60% di quella di polli e uova.

E non si tratta di un rischio ipotetico. Nel 1973 gli Stati Uniti hanno bloccato dall’oggi al domani le esportazioni di soia, provocando carenze di mangimi in Europa e in Giappone. Più di recente, la guerra in Ucraina ha fatto salire i costi dei fertilizzanti (e quindi della soia brasiliana), mentre la disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina del 2025 ha ridisegnato i flussi globali della soia nel giro di poche settimane.

Quattro strategie, quattro scenari

Il cuore del report è un esercizio di modellizzazione: come può l’UE ridurre del 20% le importazioni di proteina di soia entro il 2035, pari a tre milioni di tonnellate di proteine? Le leve individuate sono quattro, distribuite lungo tutta la filiera:

  1. produzione europea di colture proteiche: coltivare più legumi e colture proteiche per alimentazione umana e animale;
  2. uso circolare dei flussi secondari agroalimentari: reimmettere nel sistema sottoprodotti sicuri e ricchi di proteine;
  3. produzione di proteine innovative: usare biotecnologie come la fermentazione avanzata per generare nuove proteine che non richiedono soia;
  4. diversificazione dei consumi: ampliare il mix di fonti proteiche nell’alimentazione degli europei.

Tre strategie agiscono sull’offerta, una sulla domanda. Il report le combina in quattro scenari: lo scenario A è la prosecuzione delle tendenze attuali, e manca l’obiettivo; lo scenario B concentra gli sforzi su agricoltura e circolarità; lo scenario C su innovazione e consumi; lo scenario D distribuisce l’impegno in modo bilanciato su tutte e quattro le strategie.

Vince l’equilibrio, non la soluzione miracolosa

La conclusione dell’analisi è che solo lo scenario bilanciato è davvero praticabile. Ogni leva ha limiti fisici e sociali: la terra convertibile a colture proteiche, i sottoprodotti recuperabili in sicurezza, la crescita realistica della capacità produttiva innovativa, il cambiamento alimentare sostenibile nel tempo. Gli scenari concentrati raggiungono l’obiettivo solo forzando una o due leve oltre i loro limiti; quello bilanciato ci arriva con ogni leva ben dentro i propri margini.

Non è solo questione di fattibilità. Valutato su impatti sociali, economici e ambientali, lo scenario bilanciato produce i benefici più ampi con i minori compromessi, dalla redditività agricola alla salute delle persone, dalle emissioni alla biodiversità. Le quattro strategie, inoltre, si rafforzano a vicenda: le misure sulla domanda creano il mercato che giustifica gli investimenti nelle colture proteiche, i flussi secondari raccolti per l’uso circolare possono alimentare la fermentazione, e le proteine innovative completano i legumi invece di competere con loro. Un approccio bilanciato valorizza anche le diversità regionali: ogni Paese può puntare sui propri punti di forza, dalle aree a tradizione leguminosa ai poli biotech più maturi.

Per chi lavora alla diversificazione proteica il messaggio è chiaro: più proteine vegetali nei piatti non è un’appendice ideologica, ma una delle quattro leve senza cui i conti non tornano.

Una finestra politica da non perdere

Il report è uscito pochi giorni prima del Protein Plan europeo, pubblicato dalla Commissione europea il 7 luglio 2026, ed era pensato per informarne le scelte. Le sue raccomandazioni restano attuali, perché puntano ai dossier in cui il piano dovrà tradursi in misure concrete: la PAC post-2027, la revisione dell’OCM, i Biotech Act, la riforma degli appalti pubblici e il prossimo bilancio pluriennale dell’UE.

Altre potenze si sono già mosse: il 15° piano quinquennale cinese indica esplicitamente la riduzione delle importazioni di soia come obiettivo strategico. Per l’Europa, scrivono gli autori, la finestra è aperta adesso: «Per mezzo secolo l’Europa ha trattato la propria dipendenza dalla soia importata come un dato di fatto dell’agricoltura moderna. Non deve esserlo per forza».

Alessandro Ricciuti
SCRITTO DA Alessandro Ricciuti

Avvocato, responsabile relazioni istituzionali di REFOOD.

Attento sin dal liceo ai temi della cittadinanza attiva, della giustizia sociale e dell’equità sostanziale, non ho mai smesso di prendere parte a una serie di mobilitazioni dal basso sui temi che più mi stanno a cuore. Sin dall’inizio, ho messo la mia professione al servizio delle cause in cui credo, convinto che sia necessario impegnarsi in prima persona per il progresso etico della società. Per REFOOD mi occupo di relazioni istituzionali e seguo lo sviluppo delle azioni legali.

✉️ RESTIAMO IN CONTATTO

Iscriviti alla newsletter di REFOOD per ricevere le ultime notizie e gli aggiornamenti sulle nostre campagne.