Protein Plan europeo: più mangimi che piatti. Un’occasione mancata per la transizione proteica?

Il 7 luglio 2026 la Commissione europea ha pubblicato il suo atteso Piano proteine. Doveva essere la roadmap per riequilibrare il sistema proteico europeo; nei fatti, l’unico obiettivo vincolante riguarda i mangimi per gli animali. Analizziamo il piano e le reazioni delle organizzazioni europee che lavorano su alimentazione vegetale, benessere animale e sistemi alimentari sostenibili.

Alessandro Ricciuti
Alessandro Ricciuti 10/07/2026 · 14 min di lettura
Protein Plan europeo: più mangimi che piatti. Un’occasione mancata per la transizione proteica?

Un piano atteso da anni

Il 7 luglio 2026 la Commissione europea ha presentato il Protein Plan, ufficialmente “Piano d’azione per la resilienza, l’autonomia strategica e la sostenibilità del sistema proteico dell’UE”, pubblicato insieme alla prima Strategia europea per il settore zootecnico (Livestock Strategy). Le due iniziative, annunciate nella Vision for Agriculture and Food, arrivano al termine di un lungo percorso di consultazioni che ha coinvolto istituzioni, filiere agricole e società civile.

Il punto di partenza è un dato strutturale noto da tempo: l’Europa non produce abbastanza proteine vegetali. Il settore zootecnico europeo consuma ogni anno circa 74 milioni di tonnellate di proteine per l’alimentazione animale, e circa un quarto viene importato. Solo nella campagna 2024/25 l’UE ha importato circa 13,4 milioni di tonnellate di proteina grezza da soia, in larga parte da Brasile, Stati Uniti e Argentina — una dipendenza che espone il sistema agroalimentare europeo a shock geopolitici, volatilità dei prezzi e deforestazione importata.

La domanda che molti si ponevano alla vigilia era: la Commissione affronterà questa dipendenza ripensando il sistema — cioè spostando una parte delle proteine dal trogolo alla tavola — o si limiterà a “coltivare in casa” i mangimi che oggi importa? La risposta, per la maggior parte delle organizzazioni che si occupano di transizione proteica, è la seconda.

Cosa prevede il piano

Il Protein Plan si articola su tre direttrici — produzione, innovazione e domanda — e rinvia gran parte dell’attuazione a strumenti futuri: la PAC post-2027, la revisione dell’OCM unica, il Biotech Act II, il prossimo Quadro finanziario pluriennale e i programmi di ricerca europei.

L’unico obiettivo quantificato e vincolante riguarda i mangimi: portare la quota di proteine da semi oleosi e colture proteiche coltivate nell’UE e utilizzate come feed dal 25,8% del 2025 al 35% entro il 2035. Non esiste alcun target equivalente per le proteine vegetali destinate al consumo umano, né obiettivi di riequilibrio tra proteine animali e vegetali nella produzione o nei consumi.

Sul lato della domanda, il piano contiene comunque alcune misure che le organizzazioni della società civile chiedevano da anni, sebbene quasi tutte in forma volontaria o demandate agli Stati membri:

  • la promozione dei legumi nel Programma scolastico europeo (lo School Scheme che oggi distribuisce latte, frutta e verdura), con azioni educative per familiarizzare i bambini con gusto e benefici nutrizionali dei legumi;
  • criteri di “best value” negli appalti pubblici per mense e ristorazione collettiva, che premiano qualità e sostenibilità invece del solo prezzo più basso — un approccio che favorisce i prodotti vegetali locali, legumi in primis;
  • la possibilità per gli Stati membri di applicare un’IVA ridotta sui prodotti sani e sostenibili, proteine vegetali comprese, e di usare la leva fiscale per rendere più accessibile il cibo “resiliente”;
  • l’integrazione di legumi e leguminose nelle campagne di promozione agroalimentare europee, inclusa la futura campagna “Buy European”;
  • il riconoscimento esplicito del ruolo dei food environment (ambienti alimentari): prezzi, disponibilità, ristorazione pubblica, etichettatura e informazione come determinanti delle scelte alimentari.

Il piano riconosce inoltre che i prodotti alimentari e le bevande a base vegetale hanno “il maggiore potenziale di mercato” tra le proteine alternative, cita come buona pratica il piano d’azione danese per i cibi plant-based e istituisce “dialoghi proteici” annuali con gli Stati membri per monitorare l’attuazione.

Il nodo di fondo: un piano per i mangimi, non per le diete

Nonostante queste aperture, l’impianto complessivo del documento va in una direzione precisa. L’analisi di Eurogroup for Animals, la federazione europea delle organizzazioni per la protezione degli animali — che già a febbraio aveva pubblicato una posizione sulla diversificazione proteica — è netta: il piano “si concentra pesantemente sulla resilienza dei mangimi, a scapito delle proteine vegetali e alternative per il consumo umano”. La diversificazione proteica viene sempre declinata in chiave feed and food — mangime e cibo insieme — e la narrazione della diversificazione viene di fatto “dirottata dal settore alimentare a quello mangimistico”.

Alcuni elementi dell’analisi meritano attenzione particolare.

La riduzione del consumo di proteine animali non è contemplata. Il piano non menziona mai il sovraconsumo di proteine — in particolare animali — degli europei rispetto alle raccomandazioni nutrizionali EFSA, né la possibilità di uno spostamento delle diete verso un minor contenuto di prodotti animali. Quando la riduzione della produzione europea viene evocata, lo è solo come “falsa alternativa”: ridurre la produzione UE — sostiene la Commissione — significherebbe solo sostituirla con importazioni più impattanti. Un argomento di efficienza che, osserva Eurogroup for Animals, rischia di sostituire ogni considerazione di benessere animale e ambientale.

Il benessere animale è fuori dal quadro. Nel Protein Plan il benessere degli animali compare unicamente in relazione a strategie di alimentazione e additivi per mangimi, mai come obiettivo delle politiche. La coerenza politica invocata tra fondi PAC, politica commerciale e obiettivi UE riguarda autosufficienza e neutralità climatica, non gli obiettivi di benessere animale.

Insetti e fermentazione confinati al feed. Le proteine da fermentazione di precisione e biomassa vengono trattate quasi esclusivamente come innovazioni per mangimi, mentre gli insetti sono citati come “soluzione circolare” per l’alimentazione animale, con possibili investimenti nell’uso di sottoprodotti ed ex prodotti alimentari. Carne coltivata e novel food non vengono nemmeno menzionati, e il linguaggio sulle “considerazioni sociali” dei nuovi alimenti — con la richiesta di un “dialogo rafforzato e inclusivo” — potrebbe tradursi in ulteriori ostacoli per le proteine alternative.

Denominazioni: arrivano i “meat-related terms”. Il piano anticipa che, accanto alle regole già esistenti sulle denominazioni lattiero-casearie, in futuro si applicheranno restrizioni sui termini legati alla carne — un segnale che preoccupa il settore plant-based europeo, reduce dal dibattito su “veggie burger” e simili.

Cosa dice la scienza (e cosa il piano ignora)

Il silenzio del Protein Plan sul lato “tavola” pesa ancora di più se confrontato con i dati scientifici disponibili.

Gli europei consumano già troppe proteine, soprattutto animali. Oggi il 64% delle proteine consumate nell’UE è di origine animale, mentre legumi e leguminose coprono appena il 2% dell’apporto proteico. Gli apporti proteici medi degli adulti nei Paesi europei superano ampiamente il fabbisogno di riferimento fissato dall’EFSA in 0,83 g per kg di peso corporeo al giorno: il problema europeo non è la quantità di proteine, ma la loro origine. È esattamente il punto che il piano evita di affrontare.

L’impatto climatico delle proteine animali è documentato. Secondo lo studio di Xu et al. pubblicato su Nature Food, il sistema alimentare genera circa un terzo delle emissioni globali di gas serra, e gli alimenti di origine animale ne producono il 57%, contro il 29% di quelli vegetali. L’analisi di Poore e Nemecek pubblicata su Science — la più ampia mai condotta sull’impronta ambientale del cibo — mostra che carne e derivati animali occupano circa l’83% dei terreni agricoli mondiali fornendo però solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine. E come ricorda la ricerca dell’Ecologic Institute citata da Fern, solo circa un quarto delle emissioni zootecniche è abbattibile con misure tecniche: il resto richiede un cambiamento nelle diete e nei volumi produttivi.

Lo spostamento verso proteine vegetali conviene anche alla salute. La Commissione EAT-Lancet ha stimato che l’adozione globale di diete più ricche di vegetali — la “planetary health diet” — potrebbe prevenire circa 11 milioni di morti premature l’anno, e la letteratura associa i pattern alimentari a prevalenza vegetale a una migliore salute cardiovascolare e metabolica. Legumi e leguminose, sottolineano i medici di PAN International, sono fonti proteiche “accessibili, ricche di fibre e dense di nutrienti” — oltre a fissare l’azoto nel suolo, riducendo il fabbisogno di fertilizzanti sintetici.

Messi in fila, questi dati rendono difficile giustificare un piano proteico che fissa un target vincolante per i mangimi e nessuno per le diete.

Le reazioni: “troppo trogolo, poca tavola”

Le organizzazioni europee della galassia plant-based e animalista hanno reagito con una valutazione sorprendentemente convergente: riconoscimento del valore politico del piano, delusione per l’assenza di misure concrete sul cibo.

La European Vegetarian Union (EVU) ha parlato di un passaggio potenzialmente storico ma incompiuto. “Il Protein Plan segna una tappa importante, segnalando chiaramente che le proteine vegetali sono centrali per il futuro sistema alimentare europeo”, ha dichiarato Rafael Pinto, Senior Policy Manager dell’EVU, che però aggiunge: “il piano resta carente di misure concrete per risolvere lo squilibrio proteico dell’UE”. L’EVU sottolinea un paradosso aritmetico: l’unico target del piano (35% di autosufficienza feed al 2035) potrebbe essere raggiunto anche solo aumentando il consumo umano di proteine vegetali, vista l’attuale sproporzione delle diete europee. La richiesta è duplice: obiettivi di consumo accanto a quelli di produzione e, come “prossimo passo logico”, un vero Piano d’azione europeo per i cibi plant-based, sul modello danese.

ProVeg International ha sintetizzato la critica con una formula efficace, rilanciata dalla stampa tedesca: “troppo trogolo, poco piatto” (zu viel Trog, kaum Teller). Nel comunicato ufficiale, Lucia Hortelano, EU Senior Policy Manager di ProVeg, riconosce che “l’Europa ha chiaramente capito che la resilienza proteica conta” e apprezza il sostegno alle colture proteiche, i crediti di carbonio per i sistemi a leguminose, i legumi negli appalti pubblici e nelle scuole e la possibile IVA ridotta. Ma evidenzia l’asimmetria di fondo: al target concreto e misurabile sui mangimi non corrispondono “ambizioni comparabili per le proteine coltivate direttamente per il consumo umano”, con misure alimentari “in gran parte volontarie e lasciate alla discrezionalità nazionale”. Il “prossimo passo naturale”, per ProVeg: un piano europeo dedicato ai cibi plant-based sul modello danese. Il piano spinge sull’aumento della produzione, ma fa troppo poco per incoraggiare le persone a consumare più proteine vegetali.

Il Good Food Institute Europe punta il dito sulle risorse. Per Alex Holst, Head of EU Policy, il piano “manca di impegni finanziari per scalare le proteine vegetali e la fermentazione, e di proposte per sostenere gli agricoltori” — un ritardo che rischia di costare caro all’Europa nella competizione globale con la Cina sulle proteine alternative.

Dall’Italia arriva la voce di RIPA – Rete Italiana Proteine Alternative, che riunisce non profit e imprese della filiera delle proteine alternative. Il giudizio è già nel titolo della sua analisi: “l’Europa vede il potenziale, ma manca il coraggio di reali investimenti”. RIPA apprezza che la Commissione riconosca finalmente le proteine come questione strategica e metta nero su bianco che alimenti e bevande plant-based sono “il segmento con il maggiore potenziale di mercato”, ma denuncia la contraddizione di fondo: a quel potenziale non corrisponde alcuna politica industriale, e l'”approccio prudenziale” del piano resta schiacciato sugli aspetti normativi, senza strumenti per sviluppare la filiera delle proteine vegetali destinate all’alimentazione umana. La rete ricorda cosa c’è in gioco citando lo studio Systemiq: la diversificazione proteica potrebbe valere per l’Europa fino a 111 miliardi di euro di valore aggiunto annuo entro il 2040, 414.000 posti di lavoro qualificati, 128 miliardi di export l’anno e la liberazione del 21% dei terreni agricoli. Per l’Italia, RIPA chiede sostegno alle leguminose, investimenti in ricerca e innovazione industriale e un fondo nazionale dedicato all’intera filiera proteica vegetale.

Slow Food allarga la critica al modello: per la segretaria generale Marta Messa, il pacchetto resta “saldamente ancorato a un modello di competitività, crescita della produttività e ottimizzazione tecnologica, piuttosto che a una vera trasformazione dei sistemi alimentari”. L’allevamento intensivo — tra i principali driver della dipendenza da mangimi, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento delle acque — non viene mai nominato nei documenti. E l’agricoltore Jacopo Goracci avverte: “l’autonomia sui mangimi non è sovranità alimentare” — il rischio è riprodurre le stesse vulnerabilità in condizioni geografiche diverse.

La ong forestale Fern riassume con una formula clinica: “la diagnosi è corretta, ma manca ancora la cura”. Il pacchetto identifica correttamente la dipendenza malsana dalla soia brasiliana e statunitense e i benefici di pascoli e leguminose, ma si affida a soluzioni tecnologiche e alla PAC senza fondi dedicati — mentre la ricerca citata da Fern (Ecologic Institute) indica che solo circa un quarto delle emissioni zootecniche è riducibile con misure tecniche: il resto richiede un cambiamento di diete e volumi.

Ancora più dura la valutazione dello European Environmental Bureau sulla gemella Livestock Strategy: “la Commissione sembra decisa a dipingere un quadro roseo di un’industria dominata dalle grandi corporation dell’agribusiness, che inquinano mentre incassano”, ha dichiarato Isabel Paliotta, policy officer per i sistemi alimentari sostenibili. L’EEB rileva anche l’incoerenza interna del pacchetto: il Protein Plan riconosce il valore delle diete ricche di vegetali, mentre la strategia zootecnica rilancia la produzione industriale e accredita la narrazione del “metano biogenico” come emissione da trattare con favore.

Anche il mondo medico si è fatto sentire. PAN International (Physicians Association for Nutrition), la rete internazionale di medici e professionisti sanitari che promuove la nutrizione basata sull’evidenza, ha accolto con favore il piano ma ne ha ribaltato la prospettiva: la diversificazione proteica “non è solo una questione agricola o commerciale: è un’opportunità di salute pubblica”. Partendo dal dato del 64% di proteine animali nella dieta europea, PAN chiede “maggiore ambizione sulle proteine vegetali per il consumo umano e ambienti alimentari che rendano le scelte sane e ricche di vegetali più accessibili in tutta Europa”. Nell’analisi firmata da Federica Amiconi, EU Public Affairs Officer dell’organizzazione, la richiesta di fondo è che la salute venga trattata come “obiettivo centrale” della diversificazione proteica, non come beneficio collaterale — e che misure oggi volontarie, come fiscalità e appalti, diventino impegni vincolanti a livello UE.

Sul fronte opposto, il piano è stato accolto positivamente dall’industria mangimistica: la federazione europea FEFAC ha salutato con favore sia il Protein Plan sia la Livestock Strategy — una reazione che, letta accanto alle critiche della società civile, dice molto su chi il piano rassicura davvero.

I punti positivi (che sarebbe un errore ignorare)

Un’analisi equilibrata deve riconoscere che il Protein Plan contiene semi importanti, alcuni dei quali impensabili solo pochi anni fa.

Per la prima volta un documento strategico della Commissione riconosce che le diete con un’alta quota di alimenti vegetali contribuiscono a salute, ambiente e clima, e che i food environment — non solo le scelte individuali — determinano cosa mangiamo. I legumi, pur rappresentando appena il 2% dell’apporto proteico europeo, vengono valorizzati come componente essenziale di una dieta sostenibile. Il piano d’azione danese per i cibi plant-based viene citato come modello per gli Stati membri, e strumenti come School Scheme, appalti “best value”, IVA ridotta e promozione dei legumi corrispondono esattamente alle richieste avanzate negli anni dall’ampia coalizione di organizzazioni della società civile — da ProVeg all’EVU, dall’EEB a Eurogroup for Animals — che chiede un EU Action Plan for Plant-Based Foods.

Anche il riconoscimento delle opportunità economiche per gli agricoltori è significativo: l’aumento delle vendite di proteine vegetali viene presentato come occasione di reddito per le aziende agricole e le comunità rurali, con nuove filiere del valore. E la valorizzazione dei sistemi zootecnici estensivi — meno dipendenti dai mangimi importati — apre spazi per un’agricoltura più territoriale, anche se il benessere animale non viene mai citato tra i suoi benefici.

Il problema, concordano le organizzazioni, non è ciò che il piano dice: è ciò che il piano vincola. Tutte le misure lato cibo sono volontarie, senza fondi dedicati, senza target e senza scadenze. L’unico impegno misurabile riguarda i mangimi.

Cosa succede adesso

Il Protein Plan è una comunicazione politica: la sua sostanza si giocherà nei dossier legislativi a cui rimanda. I fronti da monitorare nei prossimi mesi sono la PAC post-2027 (dove entreranno gli standard di origine per le colture proteiche e il sostegno alle leguminose), la revisione dell’OCM e delle norme su denominazioni e marketing standard (con i temuti “meat-related terms”), il Biotech Act II sulla fermentazione avanzata, la revisione dello School Scheme, il nuovo bilancio pluriennale UE e i “dialoghi proteici” annuali con gli Stati membri. La Danimarca — il cui piano nazionale per i cibi plant-based è citato dallo stesso Protein Plan come buona pratica, e che durante la sua presidenza del Consiglio aveva portato il tema in agenda — resta il punto di riferimento per chi chiede di riportare il cibo, e non solo il mangime, al centro della strategia proteica europea.

Per chi lavora alla transizione proteica, il bilancio è chiaro: il Protein Plan legittima per la prima volta il plant-based nel lessico strategico dell’UE, ma sceglie di non scegliere. Riconosce che le diete devono cambiare, senza darsi strumenti per cambiarle. La finestra per correggere la rotta — target di consumo, fondi dedicati, un piano europeo per i cibi vegetali — è aperta: si chiama attuazione, e comincia adesso.

Alessandro Ricciuti
SCRITTO DA Alessandro Ricciuti

Avvocato, responsabile relazioni istituzionali di REFOOD.

Attento sin dal liceo ai temi della cittadinanza attiva, della giustizia sociale e dell’equità sostanziale, non ho mai smesso di prendere parte a una serie di mobilitazioni dal basso sui temi che più mi stanno a cuore. Sin dall’inizio, ho messo la mia professione al servizio delle cause in cui credo, convinto che sia necessario impegnarsi in prima persona per il progresso etico della società. Per REFOOD mi occupo di relazioni istituzionali e seguo lo sviluppo delle azioni legali.

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